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Gli articoli del DAN Europe


  Estratto dell'articolo pubblicato su Alert Diver 4/98

Malattie cardiovascolari ed immersione

Perché è bene restare in forma?
di Jim Caruso, M.D.

Le malattie cardiovascolari sono molte e vanno dalla ipertensione arteriosa, alla malattia coronarica, all’ictus, la cardiopatia reumatica, le cardiopatie congenite ed altre forme meno comuni.. Nel 1995, il 41,5% dei decessi negli Stati Uniti è stato attribuito a malattie cardiovascolari. Anche gli incidenti subacquei mortali dovuti a problemi cardiovascolari sono, sfortunatamente, piuttosto frequenti. Il problema si fa più evidente con l’aumento dell’età media dei sub. Negli anni 1990-95 il 12 percento degli incidenti subacquei mortali è stato riferibile a problemi cardiovascolari, ma questa percentuale sale al 26 % se si considera il gruppo di individui più vecchi di 35 anni.
I maggiori fattori di rischio cardiovascolare includono il fumo, l’ipertensione arteriosa, una dieta ricca in colesterolo e grassi saturi e uno stile di vita sedentario. Altri fattori, non modificabili, sono: il sesso maschile, l’età, e la storia famigliare di malattie cardiovascolari. La prevenzione dovrebbe mirare ad alterare i fattori di rischio modificabili: fumo, dieta e livello di colesterolo, pressione sanguigna, attività fisica. Eliminare il fumo è il fattore di prevenzione numero uno delle morti premature e delle malattie cardiache. Il fumo può provocare enfisema polmonare, con perdita di elasticità del polmone, che può predisporre un sub ad episodi di barotrauma polmonare ed EGA. L’uso cronico di nicotina, inoltre, facilita l’insorgenza di ipertensione arteriosa.
L’ipertensione è un fattore di rischio sia per le coronarie che per l’ictus cerebrale Contribuisce alla formazione di placche aterosclerotiche che riducono flusso di sangue nelle arterie e può comportare un aumento del volume del cuore. Questo comporta una maggior richiesta di ossigeno, che non sempre può essere compensata dalle arterie coronariche occluse dalle placche di aterosclerosi, con la conseguenza di un diminuito apporto di sangue e di ossigeno al muscolo cardiaco. La dieta e l’esercizio sono i fattori principali per il mantenimento di una pressione arteriosa corretta, ma, spesso, è necessaria la terapia farmacologica.
Le malattie cardiovascolari possono essere direttamente correlate alla dieta scorretta, al livello di colesterolo e lipidi nel sangue , all’obesità, a fattori genetici. La maggioranza dei casi, comunque, è di origine alimentare e può essere corretta o prevenuta mediante una dieta appropriata.
Circa un terzo della popolazione USA è obeso. L’obesità non è solo legata alle malattie cardiovascolari, ma ne rappresenta un fattore di rischio specifico. La vita sedentaria è , sfortunatamente, quasi la norma, mentre molti studi hanno dimostrato che un modesto aumento dell’attività fisica regolare può essere di grande importanza per la prevenzione della malattia cardiovascolare. Cosa significa tutto ciò per il subacqueo medio? L’immersione non richiede grandi sforzi, ma in situazioni particolari o di emergenza, può essere necessaria un’attività fisica intensa. Mantenersi in buona forma, mangiare in modo equilibrato, non fumare e sottoporsi a regolari controlli medici va a tutto interesse del sub.
La maggioranza degli specialisti concorda sul fatto che l’ipertensione arteriosa controllata con i farmaci non sia una controindicazione all’immersione, così come gli interventi di by-pass coronarici, dopo un congruo periodo di convalescenza e riabilitazione, in assenza di qualsiasi sintomo e dopo aver dimostrato di poter tollerare livelli di esercizio elevati senza scompensi.

Come restare in forma.
Di Jeffrey A. Stone e Judy R. Wilson.

L’importanza di una buona forma fisica è nota. Molte attività collaterali all’immersione richiedono un buon livello di forma: trasportare l’attrezzatura, nuotare contro corrente, districarsi da una rete sott’acqua, salire in barca, contrastare variazione improvvise del mare e del tempo, sono tutte buone ragione per mantenersi in forma e per contribuire alla prevenzione di problemi cardiovascolari acuti, in situazioni di stress. La maggior capacità di compiere sforzi è legata alla diminuzione dell’incidenza di malattie cardiovascolari ed alla massima capacità di lavoro. Questa è limitata dalla quantità di ossigeno che può essere utilizzato nell’unità di tempo, che è, a sua volta limitata dalla funzione cardio-respiratoria. Il massimo consumo di ossigeno viene indicato come VO2 max e misurato in litri di ossigeno consumati al minuto. Il VO2 max cala con l’età ed il valore medio varia da 3.5 L/min a 20 anni a circa 3.0 L/min a 40 anni. Un altro modo di esprimere il livello di forma è in termini di equivalenti o METS. Un MET è la quantità di energia spesa in un minuto a riposo. Nuotare con l’attrezzatura sub contro una corrente di 1.3 nodi richiede circa 13 METS. Questo è il livello di fitness raccomandato dagli esperti per l’attività subacquea. Un livello MET 13 in un individuo di 70 Kg corrisponde ad un VO2 max of 3.2 L/min. L’allenamento costante contribuisce all’aumento del VO2 max, della fitness cardio-respiratoria e della massima capacità di lavoro. Questo si può ottenere con lo svolgimento regolare di attività fra MET 3 e MET 6. Per esempio: bicicletta a meno di 15 K/h (4 METS), aerobica leggera (5 METS), jogging (7 METS), corsa a 7 k/h (8 METS). L’immersione è un’attività da 7 METS. Se si desidera migliorare il proprio livello di fitness, scegliere l’attività preferita e praticarla da tre a cinque volte alla settimana per 30-60 minuti, con un’intensità tale da raggiungere il 60 - 90 % della frequenza cardiaca massima. Questa può essere calcolata con la formula: 220 meno l’età ( a 40 anni è uguale a 180 pulsazioni / minuto e la frequenza di allenamento dovrebbe variare da 108 a 162 /min. ). L’esercizio si dovrebbe concentrare sui grandi gruppi muscolari, essere ritmico e continuo, iniziando con intensità moderata e crescendo di livello con il tempo e l’allenamento.

Obesità e immersione
di Hillary Viders

La maggioranza di noi mangia più del necessario. E’ comunque importante distinguere fra "sovrappeso" e "obeso". Si è sovrappeso quando il peso corporeo è non più del 20 % superiore al peso ideale, si è "obesi" quando il peso corporeo supera di più del 20% il peso ideale.
La maggioranza degli esperti ritiene che, anche se il grasso può avere vantaggi per un subacqueo, quali una aumentata resistenza al freddo, gli svantaggi ed i rischi sono di gran lunga maggiori.
Il livello di rischio cardiovascolare associato all’obesità dipende da dove è collocato l’eccesso di grasso, più che dalla sua quantità assoluta, oltre che da fattori genetici. Inoltre il rischio cardiovascolare è determinato da tanti altri fattori, quali il consumo massimo di ossigeno, la frequenza cardiaca a riposo, la pressione arteriosa, la resistenza cardiovascolare, la forma muscolare. E’ più sicuro essere sovrappeso, ma atletici ed in buona forma cardio-respiratoria, che magri, ma sedentari. In ogni modo, in linea generale, l’obesità si accompagna ad una scarsa forma fisica e può rappresentare un fattore di minor resistenza allo stress ed agli sforzi improvvisi per un subacqueo.
L’obesità può aggravare dolori e lesioni della colonna vertebrale quando si compiano sforzi intensi o si trasportino pesi e rappresenta un fattore di minor tolleranza all’ipertermia in ambienti caldi.
L’obesità viene considerata un fattore di rischio di PDD, anche se i dati scientifici sono contrastanti in merito. Alcuni studi sembrano indicare che un aumento del grasso corporeo aumenti il rischio di PDD, ma questo aggravamento sembra di minor importanza rispetto agli altri fattori. Sulla base di questi dati, anche se senza certezze scientifiche, si può dire che subacquei che il cui grasso corporeo sia più del 30% dovrebbero immergersi prudentemente ed evitare le immersioni con decompressione e sottoporsi a regolari controllo di fitness cardiovascolare. La soluzione migliore resta comunque, quella di diminuire il grasso corporeo con una dieta ed un programma di esercizio appropriati.
Esistono essenzialmente quattro tipi di grassi: due sono buoni, gli altri si dovrebbero evitare. I grassi mono- e poli- insaturi vegetali e di certi pesci sono grassi "buoni", così come gli acidi grassi Omega-3, del pesce, dei frutti di mare e di certe piante. Questi grassi possono ridurre i livelli di lipidi circolanti ed evitare la formazione di placche aterosclerotiche. I grassi idrogenati, come il burro o la margarina ed i grassi saturi ( i grassi animali tranne quelli del pesce, gli oli di cocco e di palma ) sono dannosi. Mangiarli aumenta la produzione di colesterolo, che è associato alla maggior incidenza di malattie cardiovascolari. Non è una coincidenza che i popoli più longevi siano quelli che consumano meno grassi idrogenati e saturi a favore di grassi vegetali "buoni" come l’olio di oliva.
La dieta va associata ad un regime di esercizio fisico regolare. Questo fa diminuire il grasso corporeo, abbassa il livello di colesterolo ed aumenta quello del "colesterolo buono" (lipoproteine ad alta densità HDL), che contribuisce alla diminuzione del rischio cardiovascolare.

Incidenti subacquei sportivi e consigli di prevenzione.
di Hans Örnhagen

Ogni incidente mortale è una tragedia. Ma l’analisi degli incidenti consente di fare valutazioni e dare consigli che aiuteranno a diminuirne il numero.
Il primo problema è quello di conoscere il volume totale del fenomeno, senza il quale e difficile valutare la reale frequenza degli incidenti.
Il numero di incidenti mortali in Svezia, nel 1997, è stato di 23 - circa 1 per milione di abitanti -
Sette anni prima, nel 1990, erano stati solo 6 - meno di 1 su 3 milioni di abitanti - L’analisi dei dati dal 90 ad oggi ( fig. 2) mostra un raddoppio degli incidenti mortali in sette anni
Se si confronta il numero degli incidenti mortali con il numero dei subacquei brevettati, si ottiene una miglior rappresentazione della realtà. Il numero dei nuovi brevettati è aumentato da 11000 a 18000 all’anno, con un aumento del 60%. Il numero totale dei sub attivi non è noto, ma nel periodo di otto anni la popolazione dei subacquei scandinavi può essere aumentata di circa 100000 unità, se tutti i nuovi brevettati sono restati in attività. Se nello stesso periodo la popolazione è cresciuta del 60% e gli incidenti mortali del 20%, sembrerebbe che l’incidenza di questi ultimi sia in calo. Ma forse esistono metodi di analisi migliori? Le statistiche sugli incidenti si possono basare su:
- Numero dei brevettati.
- Numero dei subacquei attivi.
- Numero totale delle immersioni per anno.
Se confrontiamo gli incidenti con il numero dei brevettati, il primo quesito è: quante volte si immergono? Un’analisi del 1996 diede il risultato di 10 immersione in media all’anno. Sulla base di questi elementi sono stati calcolati i dati della figura 4. Il numero di incidenti mortali risulta aumentato solo del 30%. Esistono metodi di valutazione migliori?
Una soluzione potrebbe essere quella di un’analisi più dettagliata dell’immersione. Che tipo di immersioni? Quanto ore sott’acqua? A quale profondità? Si potrebbe sommare la profondità al tempo di immersione, per avere un parametro di riferimento; o forse il prodotto di questi due fattori potrebbe essere più indicativo. Sappiamo che mezz’ora a 12 metri presenta meno rischi di 10 minuti a 39 metri, se consideriamo solo il rischio di PDD. Il semplice prodotto di profondità e tempo di esposizione potrebbe essere un denominatore statistico per indicare l’entità del rischio, ma se il numero dei subacquei e il loro numero di immersioni / anno è costante, potrebbe essere difficile spiegare un aumento della mortalità. D’altra parte, se la profondità di immersione o il tempo di permanenza aumentano considerevolmente da un anno all’altro, un aumento di incidenti fatali sarebbe più facile da interpretare.
Oltre al tempo ed alla profondità, sarebbe ragionevole pensare che il livello di attività fisica possa influire sul rischio. Se il consumo d’aria viene usato come denominatore, questo metterebbe in conto anche il livello di lavoro ( sforzo e stress) implicato nell’immersione. Un maggior consumo è indice di immersioni a maggior profondità, di un maggior carico di lavoro, maggiore esposizione al freddo e maggior stress emotivo. Il mio suggerimento è che il numero di incidenti mortali sia espresso anche in relazione al volume di aria compressa respirata sott’acqua.
Questo metodo, ovviamente, non può differenziare fattori quali l’immersione al di fuori dei limiti di sicurezza, attività particolari come l’immersione sotto ghiaccio, in grotta o su relitti, ma il metodo rappresenterebbe un miglioramento rispetto alla tendenza attuale di fornire soli i numeri assoluti di incidenti occorsi.
Il riferimento ad un comune denominatore , in grado di identificare il volume ed il livello di rischio dell’attività di riferimento, è essenziale per una corretta valutazione statistica degli incidenti da immersione. Utilizzare il volume di aria compressa utilizzato nell’unità di tempo considerata, potrebbe essere un denominatore in grado di collegare gli incidenti con un indicatore obbiettivo di rischio.


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